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La Sindone

Quale è la verità sulla Sacra Sindone?

Riportiamo integralmente il documento che accompagna lo studio “La Sindone – Indagine su un mistero” della prof.ssa Emanuela Marinelli, sindonologa di fama mondiale.

1a  Parte
  1. La Sindone è un lenzuolo di lino che ha certamente avvolto il cadavere di un uomo che è stato flagellato, coronato di spine, crocifisso con chiodi e trapassato da una lancia al costato.
  2. Le tradizionali dimensioni erano riportate come 436 cm di lunghezza e 110 cm di larghezza fino a tempi recenti. Dopo l’intervento dell’estate 2002, le nuove misure comunicate ufficialmente sono 442 cm per 113 cm. Possiamo distinguere le linee carbonizzate causate dall’incendio del 1532: il lenzuolo ripiegato fu perforato in un punto da materiale rovente che proveniva dal reliquiario che stava fondendo; una volta che la Sindone fu aperta, i fori della bruciatura erano ripetuti in molti punti. Ci sono anche quattro gruppi di bruciature precedenti al 1532: infatti quei segni compaiono in una copia della Sindone del 1516. È attribuita ad Albrecht Dürer ed è attualmente conservata a Lier, in Belgio, nella chiesa di Saint Gommaire. Possiamo anche distinguere gli aloni causati da acqua come pure le riparazioni fatte dalle Clarisse di Chambéry nel 1534. Lungo l’impronta umana possiamo distinguere la ferita del piede destro, la ferita sul polso sinistro, la ferita nel costato, la ferita sulla fronte, ferite sulla testa dovute alla corona di spine, contusioni dovute al trasporto del patibulum (la trave orizzontale della croce), colpi di flagello su tutto il corpo, il tallone e la pianta del piede destro.
  3. Le riparazioni fatte dalle Clarisse di Chambéry nel 1534 sono state rimosse nel 2002.
  4. Fra il 25 e il 28 maggio 1898, un avvocato, Secondo Pia, realizz la prima fotografia della Sindone. Egli scoprì che l’immagine impressa sulla Sindone (in alto) si comporta come un negativo fotografico del corpo che fu avvolto nel lenzuolo. Essa rivela nella lastra negativa (in basso) come un positivo del corpo. Infatti, quando una persona fotografa la Sindone, non fotografa il corpo, perché il corpo non è attualmente nella Sindone, ma fotografa un negativo del corpo, che il corpo stesso ha lasciato nella Sindone.
  5. Durante l’Ostensione del 1931 per le nozze di Umberto di Savoia, il fotografo professionista Giuseppe Enrie ha fotografato la Sindone. Possiamo confrontare la fotografia di Enrie (a destra) con la fotografia del Pia (a sinistra).
  6. L’emozionante scoperta del negativo ha mostrato in modo molto preciso le caratteristiche dell’Uomo della Sindone. Ci fu l’inizio degli studi e delle ricerche, in particolare nel campo medico-legale.
  7. Nel 1978, dall’8 al 14 ottobre, molti scienziati, la maggior parte dei quali membri dello statunitense STURP (Shroud of Turin Research Project), hanno condotto misurazioni ed analisi sulla reliquia per 120 ore consecutive, per realizzare un’indagine scientifica multidisciplinare.
  8. I loro risultati hanno mostrato che è un lenzuolo di lino, filato e tessuto nella regione del Medio Oriente. La manifattura rudimentale del materiale, la torcitura Z in senso orario dei fili, la tessitura in diagonale 3 a 1, la presenza di tracce di cotone egizio antichissimo, l’assenza di tracce di fibre animali (infatti gli Ebrei tessevano la lana e il lino con telai separati), sono tutti elementi che rendono verosimile l’origine del tessuto nell’area siropalestinese del primo secolo. Il tessuto a spina di pesce è di grande valore: quindi l’uomo che è stato avvolto in questa Sindone deve essere stato un uomo di alto livello. Un ladrone doveva essere sepolto senza un lenzuolo in una tomba comune.
  9. La Sindone (a destra) a confronto con materiali egizi del secondo secolo d. C. (a sinistra) presenta somiglianze.
  10. La Sindone (in alto) con intreccio 3:1 a confronto con la stoffa della tomba di Akeldama, Gerusalemme (in basso), I secolo d. C., con intreccio 2:1.
  11. Sulla Sindone c’è una cucitura laterale identica a quelle esistenti su stoffe ebraiche del primo secolo trovate a Masada, una collina vicino al Mar Morto.
  12. È stato preso materiale con nastri adesivi. Questo materiale successivamente è stato studiato in diversi laboratori. Sulla Sindone sono state trovate aloe e mirra, le spezie funebri profumate usate dagli Ebrei nel primo secolo.
  13. Sulla Sindone è stata trovata la presenza di cristalli di aragonite (un tipo di carbonato di calcio) con impurezze simili a quelle dell’aragonite trovata nelle grotte di Gerusalemme; inoltre c’è una grande abbondanza di pollini del Medio Oriente, che non esistono in Europa.
  14. A sinistra: Zygophyllum Dumosum, una pianta desertica che cresce in Israele ma non in Europa. A destra, in alto: Cistus Creticus, una pianta che cresce nella zona mediterranea di Israele. A destra, in basso: Gundelia Tournefortii, una pianta della steppa che cresce in Israele ma non in Europa.
  15. La Gundelia Tournefortii cresce soltanto in Medio Oriente; lo Zygophyllum Dumosum cresce soltanto in Israele, in Giordania occidentale ed al Sinai. Sulla Sindone sono stati identificati i pollini di 77 diversi tipi di piante, tre quarti delle quali non esistono in Europa e 13 delle quali sono tipiche ed esclusive del deserto vicino a Gerusalemme.
  16. Le macchie di sangue e siero sul lino non sono riproducibili con mezzi artificiali. È sangue coagulatosi sulla pelle di un uomo ferito. Si è ridisciolto per fibrinolisi a contatto con la stoffa umida per un periodo di circa 36 ore. La fine del contatto è avvenuta senza causare un movimento che avrebbe alterato i bordi delle tracce di sangue. In altre parole, rimane inesplicabile come sia finito il contatto fra il corpo ed il lenzuolo senza alterare i trasferimenti che avevano avuto luogo. La permanenza del cadavere nella Sindone per un periodo di tempo limitato pu essere dedotta non soltanto dall’interruzione del processo fibrinolitico ma anche dall’assenza di qualsiasi segno di decomposizione.
  17. Si tratta di sangue umano maschile ricco di bilirubina: ci significa che appartiene ad una persona che ha sofferto un grande trauma. È sangue di gruppo AB. Questo è il gruppo sanguigno meno comune; soltanto il cinque per cento della popolazione appartiene a questo gruppo sanguigno.
  18. A sinistra: una fibrilla della Sindone macchiata di sangue. A destra, in alto: un globulo rosso trovato sulla Sindone. A destra, in basso: frammenti di pelle umana trovati sulla Sindone.
  19. Un confronto interessante pu essere fatto con i risultati della ricerca intrapresa sul miracolo di eucaristico di Lanciano (Italia). Qui, nell’ottavo secolo, nella chiesa di San Legonziano, mentre era nelle mani di un monaco basiliano che dubitava della presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche, l’ostia, al momento della consacrazione, si è trasformata in carne e il vino è diventato sangue.
  20. I risultati dalla ricerca condotta nel 1970 da Odoardo Linoli, un docente di anatomia ed istologia patologica e di chimica e microscopia clinica all’università di Siena (Italia), hanno mostrato che la carne (a destra) è vero tessuto miocardico di un cuore umano che si mantiene miracolosamente incorrotto e il sangue (a sinistra) è autentico sangue umano del gruppo AB.
  21. Il sangue è anche dello stesso tipo di quello riscontrato sul Sudario conservato nella Cattedrale di Oviedo (Spagna), una tela di 83 x 52 cm che presenta numerose macchie di sangue simmetriche, passate da una parte all’altra mentre era piegata in due. La tradizione la definisce Santo Sudario o Sagrado Rostro, cioè Sacro Volto. La preziosa stoffa giunse ad Oviedo nel IX secolo, in un’Arca Santa di legno con altre reliquie, proveniente dall’Africa settentrionale. Il sangue presente sul Sudario è umano, appartiene al gruppo AB e il DNA presenta un profilo genetico simile a quello rilevato sulla Sindone.
  22. Oltre al sangue, sulla Sindone c’è l’immagine del corpo che vi fu avvolto. Questa immagine, dovuta a degradazione per disidratazione e ossidazione delle fibrille superficiali del lino, è paragonabile ad un negativo fotografico. È superficiale, dettagliata, termicamente e chimicamente stabile. È stabile anche all’acqua. Non è composta da pigmenti, è priva di direzionalità e non è stata provocata dal semplice contatto del corpo con il lenzuolo: con il contatto il telo o tocca o non tocca, non c’è via di mezzo. Invece sulla Sindone c’è immagine anche dove sicuramente non c’era contatto. I suoi chiaroscuri sono proporzionali alle diverse distanze esistenti fra corpo e telo nei vari punti di drappeggio. Si pu dunque ipotizzare un effetto a distanza di tipo radiante. Sotto le macchie di sangue non esiste immagine del corpo: il sangue, depositatosi per primo sulla tela, ha schermato la zona sottostante mentre, successivamente, si formava l’immagine. Come un cadavere abbia potuto imprimere sul lenzuolo l’immagine fotografica di se stesso è un fenomeno unico ed ancora inspiegabile. L’immagine non è stata prodotta con mezzi artificiali. Non è un dipinto né una stampa: sulla stoffa è assente qualsiasi pigmento. Non è il risultato di una strinatura prodotta con un bassorilievo riscaldato: le impronte così ottenute passano da parte a parte, tendono a sparire, hanno diversa fluorescenza e non hanno caratteristiche tridimensionali paragonabili a quelle della Sindone. Non conosciamo il meccanismo fisico-chimico all’origine dell’impronta; per  si pu  ipotizzare che sia stato originato da un meccanismo come un fiotto di radiazione non penetrante che si attenua con il passaggio nell’aria e diminuisce con la distanza.
  23. L’immagine esiste soltanto sulle fibrille superficiali del lino.
  24. Il chiaroscuro dell’immagine pu essere letto e ricostruito da un computer e da un analizzatore VP-8 con un effetto tridimensionale. Una normale immagine piatta dovrebbe fornire un rilievo distorto; al contrario, in questo caso si ottiene un corpo tridimensionale ben proporzionato. Era alto 1 m e 75 centimetri e aveva circa 30-40 anni.
  25. La ricostruzione del volto ha mostrato piccoli oggetti sugli occhi.
  26. Le piccole tracce sono state interpretate come lettere. Alcuni studiosi ritengono che sugli occhi siano presenti monete, coniate nel 29 d. C. sotto Ponzio Pilato.
  27. Da molti anni si discute anche della presunta presenza di segni grafici sulla Sindone, soprattutto attorno al volto. Secondo Barbara Frale, l’insieme delle parole si pu così ricostruire: «Gesù Nazareno. Trovato [che sobillava il popolo, cfr. Lc 23,2]. Messo a morte nell’anno 16 di Tiberio. Sia deposto (oppure: veniva rimosso) all’ora nona. [Sia reso in] Adār [shenī]. Chi esegue gli obblighi è […]». Adār shenī è il mese nel quale i parenti, un anno dopo, avrebbero potuto recuperare i resti del defunto. Il testo sarebbe stato redatto come certificato di sepoltura da un funzionario al servizio dell’amministrazione romana.
  28. L’ipotesi che la Sindone sia l’autoritratto di Leonardo da Vinci è ridicola: il genio toscano nacque nel 1452, un secolo dopo l’arrivo della Sindone in Francia. Fra le più svariate proposte di fabbricazione ad arte dell’immagine sindonica vi è anche quella che ipotizza l’avvolgimento di un altro corpo umano: ad esempio quello di un crociato, il Gran Maestro dei Templari Jacques De Molay, che per in realtà morì sul rogo.
  29. A sinistra: tentativo di riproduzione del volto sindonico con un bassorilievo riscaldato (Vittorio Pesce Delfino). A destra: volto sindonico.
  30. A sinistra: tentativo di riproduzione dell’immagine sindonica con ocra e acido solforico (Luigi Garlaschelli). A destra: immagine sindonica.
  31. A sinistra: tentativo di riproduzione del volto sindonico con ocra e acido solforico (Luigi Garlaschelli). A destra: volto sindonico.
  32. Uno studio molto importante è stato realizzato da un medico statunitense, August Accetta, il quale ha condotto un esperimento su se stesso: ha iniettato nelle sue vene una soluzione di difosfato di metilene contenente tecnezio-99m, un isotopo radioattivo che decade rapidamente. Ogni atomo di tecnezio emette un unico raggio gamma che pu essere registrato da una apposita apparecchiatura di rilevamento. Il Dr. Accetta intendeva realizzare un’immagine provocata da una radiazione emessa da un corpo umano.
  33. Qui è possibile vedere le sue mani, il negativo delle sue mani, l’effetto tridimensionale delle sue mani e le mani tridimensionali dell’Uomo della Sindone.
  34. Presso l’ENEA di Frascati, alcune stoffe di lino sono state irradiate con un laser ad eccimeri, un apparecchio che emette una radiazione ultravioletta ad alta intensità. I risultati, confrontati con l’immagine sindonica, mostrano interessanti analogie e confermano la possibilità che l’immagine sia stata provocata da una radiazione ultravioletta direzionale. La colorazione del lino diventa più intensa con il trascorrere del tempo.
  35. Secondo molti fisici, l’immagine presente sulla Sindone potrebbe essere stata causata da un effetto fotoradiante provocato dall’energia sprigionatasi dal corpo di Cristo al momento della resurrezione.
  36. Nel 1988 i laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo datarono la Sindone. Il risultato era incredibile: la Sindone sarebbe stata fabbricata fra il 1260 e il 1390 d. C.! Ma i limiti del metodo e la sua non applicabilità alla Sindone sono evidenti. Il carbonio 14 ha origine dal bombardamento di atomi di azoto 14 da parte di neutroni. Il carbonio 14 è radioattivo e si disintegra ad un tasso conosciuto, ritrasformandosi in azoto 14. Il carbonio 14, come il carbonio 12, si combina facilmente con l’ossigeno per formare anidride carbonica, che a sua volta viene assorbita dalle piante con la fotosintesi clorofilliana. Mangiando, gli animali assimilano il carbonio 14. Finché le piante e gli animali sono vivi, c’è un equilibrio al loro interno fra la quantità di carbonio 14 che decade e quella che è acquisita. Quando muoiono, lo scambio con l’ambiente cessa e l’equilibrio si interrompe: il carbonio 14 inizia a diminuire irreversibilmente. Di conseguenza, più vecchio è l’oggetto, meno carbonio 14 conterrà. Da quanto rimane di esso in un reperto, si pu calcolare quanto tempo è passato dalla sua morte. Ma se c’è una contaminazione da parte di carbonio 14 proveniente da altre fonti, che non pu  essere rimosso con il metodo di pulizia impiegato, anche questo carbonio 14 sarà misurato. Il campione risulterà essere più radioattivo e per la datazione sembrerà “più giovane”.
  37. Riguardo alla radiodatazione della Sindone, ci sono alcune perplessità sulle procedure dell’esame. I pesi e le misure dei campioni della Sindone sono in disaccordo: sulla base dei dati dichiarati, i campioni pesavano quasi il doppio di quanto avrebbero dovuto.
  38. Il lenzuolo ha sofferto molte vicissitudini (incendi, restauri, acqua, esposizioni all’ambiente esterno, al fumo delle candele, al respiro dei fedeli, ecc.) e quindi è andato soggetto a molte alterazioni e contaminazioni. La scelta della zona da cui i campioni sono stati prelevati era errata: soltanto da un punto e da un angolo molto inquinato che è stato restaurato nel Medio Evo. Il chimico Alan Adler della Western Connecticut State University di Danbury (USA), membro della Commissione per la conservazione della Sindone, ha analizzato 15 fibre estratte dal campione sindonico usato per la datazione radiocarbonica. Dopo un confronto con 19 fibre provenienti da varie altre zone della Sindone, ha riscontrato sul campione usato per la radiodatazione un grado di inquinamento tale da poter dichiarare che esso non è rappresentativo dell’intero lenzuolo. Inoltre l’alta temperatura raggiunta nel reliquiario durante l’incendio di Chambéry del 1532, in mancanza di ossigeno, ha provocato scambi di isotopi che hanno portato ad un arricchimento di carbonio radioattivo. La presenza dell’argento che ricopriva il reliquiario ha favorito ulteriormente la reazione, facendo risultare più “giovane” il tessuto.
  39. Il 13 ottobre 1988 fu annunciato il risultato della datazione radiocarbonica della Sindone in una conferenza stampa a Torino. Da sinistra: il portavoce vaticano Joaquin Navarro Valls, l’arcivescovo di Torino card. Anastasio Ballestrero, il suo consulente scientifico Luigi Gonella.
  40. L’indomani, 14 ottobre 1988, a sorpresa anche gli scienziati del laboratorio di Oxford tennero una conferenza stampa con chiari intenti derisori, palesati dal punto esclamativo che si vede sulla lavagna alle loro spalle. Da sinistra: il direttore del laboratorio di Oxford Edward Hall, il direttore del laboratorio del British Museum Michael Tite, Robert Hedges.
  41. Durante le ostensioni della Sindone, l’angolo da cui fu prelevato il campione era una delle parti più toccate del lenzuolo.
  42. Leoncio Garza Valdés, ricercatore dell’Istituto di Microbiologia dell’Università di San Antonio (Texas) afferma di aver identificato, su un campione di Sindone fornitogli non ufficialmente da Giovanni Riggi (la persona che ha tagliato il campione di Sindone per la radiodatazione), la presenza di un complesso biologico composto da funghi e batteri che ricopre come una patina i fili. La patina è spessa quanto i fili che ricopre e non è eliminabile con i consueti trattamenti di pulizia. Sono necessari speciali enzimi. Questo fattore avrebbe falsato la datazione radiocarbonica.
  43. Esistono casi clamorosi di datazioni errate a causa di contaminazioni ineliminabili. La mummia egizia 1770 del museo di Manchester (Regno Unito), ad esempio, ha fornito date diverse per le ossa e le bende; queste ultime sono risultate ad una prima datazione 800-1.000 anni più giovani delle ossa, ad una seconda datazione 220-460 anni più giovani delle ossa. Successive datazioni di questa mummia hanno continuato a fornire risultati contraddittori, forse a causa delle resine e degli unguenti usati nella mummificazione.
  44. Raymond N. Rogers, un chimico in pensione del Los Alamos National Laboratory, New Mexico, USA, ha trovato una strana giuntura con le estremità a contatto fra i fili della Sindone provenienti dalla zona del campione usato per l’analisi radiocarbonica. Anna Maria Donadoni, sovrintendente del Museo Egizio di Torino, gli ha mostrato come le lunghezze separate di filato venivano sovrapposte nella tessitura del panno principale della Sindone. La giuntura è completamente differente. È inoltre evidente che le due estremità della giuntura sono diverse: una è lanuginosa e bianca, l’altra è colorata e strettamente ritorta. Rogers ha affermato che un esame di datazione, che misura nel lino la scomparsa graduale di un composto, la vanillina, ha trovato che questa era presente nella zona analizzata nel 1988 ma non nella parte principale della Sindone. Egli ha affermato che anche le tele trovate con i rotoli del Mar Morto, che risalgono all’epoca di Cristo, non mostrano vanillina. Ha valutato che la Sindone potrebbe avere una qualsiasi età fra i 1.300 e i 3.000 anni. Nel 1982 un filo della Sindone, proveniente dalla zona del campione usato per l’analisi radiocarbonica, fu già datato con il metodo radiocarbonico in California. Metà filo appariva coperto da amido. Il filo fu diviso a metà: la parte non inamidata risultò del 200 d.C., mentre la parte inamidata fornì una data del 1000 d.C.
  1. Nella zona del campione usato per l’analisi radiocarbonica sono state identificate fibrille di cotone del tipo Gossypium herbaceum, un’antica varietà mediorientale. Questo cotone pu essere stato aggiunto per una riparazione. Prima della colorazione, i fili di cotone venivano trattati con amido. Le fibre della Sindone provenienti dalla zona del campione usato per l’analisi radiocarbonica appaiono rivestite e impregnate da una sostanza amorfa giallo-bruna, il cui colore varia di intensità da una fibra all’altra. Le fibre provenienti dal resto della Sindone non presentano tale rivestimento. Il rivestimento delle fibre è quasi certamente una gomma vegetale gialla, molto probabilmente gomma Arabica, usata diffusamente in passato per applicazioni tessili. La differenza fra le fibrille della zona del campione usato per l’analisi radiocarbonica e quelle del resto della Sindone porta a ritenere che i campioni usati per la datazione radiocarbonica non sono rappresentativi della Sindone.
  2. Un “rammendo invisibile” è stato probabilmente realizzato nel XVI secolo con grande perizia.

 

2a  Parte
  1. Le principali tappe del viaggio della Sindone sono Gerusalemme, Edessa (ora Urfa – Turchia), Costantinopoli (ora Istanbul – Turchia), Lirey (Francia), Chambéry (Francia), Torino (Italia).
  2. Nel primo periodo della chiesa, Gesù era rappresentato in maniera simbolica, come un pesce eucaristico, il cui nome in greco è IXTHUS, un acronimo di Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore (Catacombe di S. Callisto, Roma, III secolo). Le prime rappresentazioni umane di Gesù nelle catacombe sono il Buon Pastore (Catacombe di Priscilla, Roma, III secolo) e il taumaturgo (Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, Roma, III secolo) ancora simbolici: la giovinezza di Gesù significa l’eternità di Dio. Era il periodo del nascondimento della Sindone.
  3. Durante il secondo secolo a Edessa c’è un’immagine speciale del volto di Gesù su un panno. Ci sono molti motivi per pensare che l’immagine misteriosa sia stata la Sindone, piegata in modo che era possibile vedere soltanto il volto. Nella sua Storia Ecclesiastica, Eusebio dice che Abgar V Ukama (il nero), re di Edessa all’epoca di Cristo, era malato. Quando seppe dell’esistenza di Gesù di Nazareth che operava miracoli, gli mand un messaggero per chiedergli di andare alla corte di Edessa. Gesù non and , ma gli invi  una lettera. Una tradizione parallela è contenuta nella Dottrina di Addaï (forse una deformazione del nome dell’apostolo Giuda Taddeo) datata alla fine del IV secolo o, secondo altri autori, al periodo dell’assedio di Edessa nel 544. È una composizione siriaca che include varie leggende; secondo questa versione, Abgar mand  il suo archivista e pittore Hannan che torn  a Edessa con un’immagine di Gesù dipinta da lui e con una lettera in cui Gesù prometteva la sicurezza della città. Secondo una tradizione antica, S. Giuda Taddeo stesso port  un panno chiamato Mandylion (fazzoletto) da Gerusalemme, attraverso il Libano, a Edessa. A sinistra: Il Re Abgar V Ukama (il Nero) di Edessa (Turchia) riceve il Mandylion da San Giuda Taddeo, icona del X secolo, Santa Caterina al Monte Sinai.
  4. Durante l’anno 544, in Edessa, un’immagine di Gesù viene scoperta in una nicchia delle mura. Essa libera la città dall’assedio persiano dal re Chosroes I Anushirvan. Secondo fonti differenti nel 525, durante il lavoro di restauro della chiesa di S. Sofia in Edessa, viene riscoperta su un panno l’immagine di Gesù acheiropoiètos (non disegnata dalla mano dell’uomo), chiamata Mandylion. Molte testimonianze e descrizioni la mettono in relazione con la Sindone. Dettagli dell’icona del Salvatore con venti scene di L. Stepanov e S. Kostromitine, XVII secolo, iconostasi della cattedrale superiore della Redenzione (Cremlino, Mosca, Russia)
  5. C’è una forte somiglianza fra il volto della Sindone e le copie del Mandylion; ci sono più di 100 punti di congruenza (questi sono i punti in cui due figure sono sovrapponibili; sulla base del criterio legale americano 60 punti sono sufficienti per affermare che due immagini appartengono alla stessa persona). Dal VI secolo, il volto di Edessa è stato copiato. A destra vediamo un volto di Cristo, VI secolo, su un vaso d’argento proveniente da Emesa (Homs), Siria, ora conservato nel museo del Louvre a Parigi, Francia.
  6. A destra vediamo un volto di Cristo, VI secolo, su un reliquiario conservato presso l’Ermitage a San Pietroburgo (Russia).
  7. A destra vediamo un volto di Cristo, XI secolo, Daphni, Atene, Grecia. Ci sono molte somiglianze con il volto della Sindone.
  8. Volto della Sindone e volto di Cristo, VI secolo, monastero di S. Caterina, Sinai, sovrapposti. Ci sono più di 250 punti di congruenza.
  9. Il volto di Edessa dal VII secolo è stato riprodotto sulle monete bizantine. Volto della Sindone e volto di Cristo, VII secolo, solidus d’oro, una moneta dell’imperatore bizantino Giustiniano II, sovrapposti. Ci sono più di 100 punti di congruenza.
  10. Mandylion, affresco, monastero Docheiariou, Monte Athos, XVI secolo. Il Mandylion è un grande panno descritto con la parola tetradiplon (raddoppiato in quattro). Alcune copie del Mandylion mostrano un largo rettangolo; al centro si vede soltanto la testa di Cristo.
  11. Mandylion, affresco, Gradac, Serbia, XII secolo. La superficie del Mandylion è coperta da una griglia di losanghe, ognuna con un fiore al centro.
  12. La Sindone “raddoppiata in quattro” e coperta con una griglia. Il Mandylion era probabilmente la Sindone piegata in otto strati in modo da mostrare soltanto il volto.
  13. Nel 944, in giugno, dopo uno stretto assedio, i Bizantini costringono le autorità islamiche del sultanato arabo di Edessa a consegnare il Il 15 agosto la teca giunge a Costantinopoli e viene riposta per una prima venerazione nella chiesa di S. Maria delle Blacherne. Il giorno successivo una solenne processione accompagna il trasporto della teca per le vie di Costantinopoli fino a S. Sofia. Di qui la teca con il Mandylion viene portata nel Bukoleon (il palazzo imperiale) e riposta nella Cappella di S. Maria del Faro insieme con le altre reliquie della Passione. Dell’arrivo del Mandylion a Costantinopoli esiste testimonianza nell’omelia attribuita a Costantino VII Porfirogenito (imperatore di Costantinopoli dal 912 al 959). Nel manoscritto di Johannes Skylitzès (XI secolo, Biblioteca Nazionale di Madrid) l’imperatore è rappresentato nel momento in cui venera il Mandylion.
  14. Inoltre il Synaxarion (a sinistra) del monastero di Iveron, Monte Athos, descrive l’immagine di Edessa come il corpo completo di Cristo e il suo sangue; e nel codice Vat.Gr.511 del X secolo (a destra), Gregorio il Referendario descrive il Mandylion riferendosi anche alla ferita del costato. Anche il Codex Vossianus Latinus Q 69 del X secolo, conservato nella biblioteca della Rijksuniversiteit di Leida (Paesi Bassi), descrive l’immagine di Edessa come l’intero corpo di Cristo.
  15. A sinistra: ricostruzione della Sindone piegata. A destra: il Mandylion è collegato all’Imago pietatis (Uomo dei Dolori), una rappresentazione del Cristo morto ispirata alla Sindone. Icona del XVI secolo, Museo Kolomenskoe, Mosca.
  16. L’Imago pietatis della Basilica dei Santi Quattro Coronati, Roma, Italia, XIII secolo. Si nota il corpo flagellato di Cristo e gli angeli che mostrano la Sindone.
  17. Nel manoscritto Pray di Budapest, che risale al 1192 -1195, l’immagine del corpo di Cristo viene riprodotta con particolari ispirati alla Sindone. Cristo appare molto simile all’immagine della Sindone: le mani sono incrociate sull’addome con i pollici piegati verso la palma. L’angelo mostra la Sindone vuota alle pie donne. È interessante notare che il rivolo di sangue sulla fronte, visibile sulla Sindone, è simile al segno sulla fronte dell’immagine sul manoscritto.
  18. Interessante questa vetrata della cattedrale di Chartres, Francia, XIII secolo: si osserva il crocifisso dal volto chiaramente sindonico.
  19. Su un’altra vetrata della cattedrale di Chartres è presente una deposizione di Cristo ispirata alla Sindone.
  20. Avorio bizantino del XII secolo, Victoria & Albert Museum, Londra.
  21. Molto interessante questo epitaphios, un drappo liturgico del Venerdì Santo Ortodosso, conservato nel monastero di Stavronikita, Monte Athos, XIV secolo. Si nota la tessitura diagonale della Sindone. Ogni Divina Liturgia (Messa) della Chiesa Ortodossa è celebrata su un corporale con un’immagine di Gesù giacente nella Sindone.
  22. Nel 1204 Robert de Clary, cronista della IV Crociata, scrive nella sua opera La conquête de Constantinople che prima della caduta di Costantinopoli (14 aprile 1204), una Sydoine veniva esposta ogni venerdì nella Chiesa di S. Maria di Blachernae e che su quel telo la figura del Cristo era chiaramente visibile. Per , una volta nelle mani dei crociati occidentali, de Clary aggiunge: “Ma né i Greci né i Francesi sanno cosa sia avvenuto del Lenzuolo dopo che fu saccheggiata la città”. La Sindone sparisce così da Costantinopoli ed è probabile che il timore della scomunica esistente per i ladri di reliquie ne abbia provocato l’occultamento.
  23. Nel 1205 Teodoro Angelo-Comneno, fratello di Michele I, Despota d’Epiro e nipote di Isacco II, Imperatore di Bisanzio quando la città venne saccheggiata dai Crociati Latini, afferma che la Sindone si trova ad Atene (Chartularium Culisanense, f. CXXVI, copia esistente nell’Archivio Ecclesiastico di Santa Caterina a Formiello, Napoli.). Nel 1208 Pons de la Roche dona ad Amadeus de Tramelay, Arcivescovo di Besançon (Francia), la Sindone che suo figlio Othon de la Roche, Duca Latino di Atene, gli aveva inviato da Costantinopoli. Nel castello di Ray-sur-Saône, residenza della famiglia de La Roche, è ancora conservato il cofanetto in cui è stata conservata la Sindone. Il 6 marzo 1349, durante l’incendio della cattedrale di Besançon, scompare la Sindone.
  24. Nel 1314 i Templari, ordine cavalleresco crociato, sono condannati al rogo come eretici, accusati anche di un culto segreto alla testa di un uomo. Uno di essi si chiamava Geoffroy de Charny, come il crociato che per primo ha esposto la Sindone quaranta anni dopo, proprio in Francia. Alcuni indizi suggeriscono che la Sindone è stata portata ad Europa ed è stata conservata per un lungo periodo dai Templari.
  25. Questo volto è stato trovato a Templecombe (Inghilterra). Corrisponde a quello della Sindone in 125 punti. Era il misterioso volto venerato dai cavalieri Templari.
  26. Nel 1356 Geoffroy de Charny, cavaliere crociato omonimo del precedente e suo parente, consegna la Sindone ai canonici di Lirey, presso Troyes, in Francia. Il prezioso telo era in suo possesso da almeno tre anni. Sua moglie, Jeanne de Vergy, è una pronipote di Othon de la Roche.
  27. Medaglione di pellegrinaggio della Sindone esibita a Lirey, 1357. Gli scudi sono gli stemmi di Geoffroy de Charny e di sua moglie Jeanne de Vergy.
  28. Nel 1389 Pierre d’Arcis, vescovo di Troyes, proibisce l’ostensione della Sindone tenuta a Lirey da Geoffroy II de Charny senza il suo permesso. Nel 1390 Clemente VII, antipapa di Avignone, tratta della Sindone in due Bolle e due lettere.
  29. Nel 1453 Marguerite de Charny, figlia di Geoffroy II, consegna il Lenzuolo ad Anna di Lusignano, moglie del duca Ludovico di Savoia, che lo custodirà a Chambéry. Viene costruita una Sainte Chapelle per conservare la Sindone. Nel 1506 Papa Giulio II approva la Messa e l’Ufficio della Sindone, permettendone il culto pubblico.
  30. Nella notte fra il 3 e il 4 dicembre 1532 nella Sainte-Chapelle del castello dei Savoia a Chambéry c’è un incendio che ha danneggiato la Sindone. Nel 1534, dopo un esame delle condizioni della reliquia, le Clarisse cucirono i rattoppi e la tela d’Olanda come fodera.
  31. Il 14 settembre 1578 Emanuele Filiberto di Savoia trasferisce la Sindone a Torino per abbreviare il viaggio di S. Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, che vuole andare a venerarla per sciogliere un voto. S. Carlo venererà la Sindone il 12 ottobre.
  32. A Torino le ostensioni si susseguono per speciali celebrazioni della famiglia Savoia o per i Giubilei. In alto: ostensione del 1578. In basso: ostensione del 1685.
  33. Il 1º giugno 1694 avviene la sistemazione definitiva della Sindone nella Cappella dell’architetto Guarino Guarini annessa al Duomo di Torino.
  34. Interno della Cappella della Sindone. La Sindone era conservata sull’altare, arrotolata in un reliquiario posto dietro una grata. A Torino le ostensioni si susseguono per speciali celebrazioni della famiglia Savoia o per i Giubilei.
  35. Durante la Seconda Guerra Mondiale la Sindone viene nascosta nel Santuario di Montevergine (Avellino) dal 25 settembre 1939 al 28 ottobre 1946.
  36. Celebrazione del IV Centenario del trasferimento della Sindone da Chambéry a Torino, con un Congresso Internazionale di studio e un’ostensione pubblica dal 26 agosto all’8 ottobre 1978. Arrivarono quattro milioni di pellegrini.
  37. Durante la visita a Torino il 13 aprile1980, papa Giovanni Paolo II ha modo di venerare la Sindone nel corso di un’ostensione privata.
  38. A Fatima il 14 maggio 1982 Giovanni Paolo II incontra Umberto II di Savoia. Il 18 marzo 1983 Umberto II muore; per sua disposizione la Sindone è donata al Papa.
  39. Nella notte tra l’11 e il 12 aprile 1997 un incendio provoca gravissimi danni alla Cappella della Sindone.
  40. Fortunatamente dal 24 febbraio 1993 il reliquiario contenente la Sindone era stato trasferito dietro l’altare maggiore del Duomo di Torino per consentire i lavori di restauro della cappella del Guarini. Questo fatto ha permesso ai Vigili del Fuoco di avvicinarsi alla speciale teca di cristallo con le pareti spesse 39 mm per romperla.
  41. Dal 18 aprile al 14 giugno 1998 si è tenuta un’ostensione pubblica per celebrare il centenario della prima fotografia scattata dall’avv. Secondo Pia tra il 25 e il 28 maggio 1898. Per l’ostensione, il prezioso lino è stato posto in una nuova teca. Il Santo Padre Giovanni Paolo II si è recato a Torino il 24 maggio ed ha sostato in preghiera davanti alla preziosa reliquia.
  42. Dal 12 agosto al 22 ottobre 2000 si è tenuta un’ostensione pubblica in occasione del Grande Giubileo. Dopo l’ostensione è stata realizzata una nuova teca per la normale conservazione del prezioso Lino, che ora viene tenuto disteso in presenza di un gas inerte a temperatura e umidità controllata.
  43. La teca, collocata nel Duomo di Torino sotto il Palco Reale, è coperta da un drappo con la scritta: “Tuam Sindonem veneramur, Domine, et Tuam recolimus Passionem”, veneriamo la Tua Sindone, o Signore, e meditiamo sulla Tua Passione.

 

3a parte
  1. La Passione di Cristo inizia nel giardino del Gethsemani.
  2. Nell’Impero Romano il cruciario veniva sottoposto ad una flagellazione alla presenza del magistrato. Denudato e legato ad un palo o ad una colonna, veniva colpito con strumenti diversi a seconda della condizione sociale. Per gli schiavi e i provinciali c’era il flagrum, formato da due o tre strisce di cuoio o corda terminanti o intrecciate con cubetti di legno od ossicini di pecora che producevano gravi lacerazioni ed abbondanti versamenti di sangue. La flagellazione poteva essere una punizione fine a se stessa, seguita dalla liberazione, oppure mortale; poteva anche costituire il preambolo della crocifissione. In quest’ultimo caso, il numero di colpi doveva essere limitato a una ventina per non debilitare troppo il condannato, costretto successivamente a sopportare altri oltraggi. L’Uomo della Sindone è stato flagellato abbondantemente su tutto il corpo: 120 colpi prodotti da un flagrum Se ne deduce che, inizialmente, questa flagellazione è stata ordinata come una severa punizione a parte. Si supponeva che essa dovesse essere seguita dalla liberazione; invece l’uomo fu crocifisso. Questo fatto ci ricorda il ripensamento di Pilato. Il condannato era in posizione curva fra due flagellatori. Non era un cittadino romano, altrimenti non sarebbe stato flagellato con un flagrum.
  3. La flagellazione fu molto più abbondante di quella riservata ai condannati alla crocifissione. Essa, comunque, denota un particolare accanimento da parte dei carnefici.
  4. Lo strumento utilizzato per la flagellazione era un flagrum romano che aveva tre corde, ciascuna con due piccoli pezzi d’osso acuminati. Ogni colpo ha provocato sei ferite. Qui possiamo vedere la zona dei polpacci. Ogni colpo mostra un rivolo di sangue che scende verso il basso.
  5. 120 colpi di uno strumento con sei pezzetti d’osso corrispondono a 720 ferite.
  6. Questa è la ricostruzione della schiena insanguinata dell’Uomo della Sindone. Possiamo inoltre vedere le ferite dovute al successivo trasporto del patibulum, il palo orizzontale della croce. I capelli sono intrisi di sangue a causa della corona di spine.
  7. Sulla Sindone sono evidenti le tracce di sangue della corona di spine.
  8. Spine grandi che crescono nelle zone aride.
  9. Fra la fronte ed il resto della testa c’è una zona senza segni a causa di una piega della Sindone. Per c’è tutta la calotta cranica insanguinata. I rivoli di sangue che bagnano tutto il capo e la fronte dell’Uomo della Sindone, con la diversa morfologia del sangue venoso e di quello arterioso, sono chiari segni di una coronazione di spine, fatto singolare e al di fuori della normale procedura.
  10. La corona era un intreccio di spine, come un casco, che ha causato circa 50 ferite.
  11. L’immagine del volto presenta un aspetto sereno nonostante i numerosi traumi: la fronte e gli zigomi gonfi, la cartilagine nasale rotta da un colpo di bastone che ha gonfiato la guancia destra, i baffi e la barba intrisi di sangue.
  12. Dopo l’Hecce Homo, Gesù è stato condannato alla croce. Riconosciuta la colpevolezza della vittima, il giudice faceva eseguire la sentenza pronunciando una formula equivalente a “sia messo in croce!” Egli poi dettava il titulus, cioè la motivazione della condanna, e indicava le modalità di esecuzione. Il cruciario veniva rivestito e preparato per essere condotto al luogo del supplizio. Delle crocifissioni erano incaricati i carnefici, mentre nelle province se ne occupavano i soldati.
  13. Oltre alle tracce della flagellazione, la schiena ha i segni del patibulum. Ogni condannato portava il patibulum sulle sue spalle.
  14. I condannati camminavano legati insieme, mani e piedi, in modo da non poter fuggire. Il cartello chiamato titulus, appeso al collo del condannato o portato da un banditore, aveva la funzione di informare i passanti sulle generalità del cruciario, sul delitto, sulla sentenza. Lungo il cammino, il condannato veniva oltraggiato e maltrattato.
  15. Gesù cadeva facilmente e non poteva attutire la caduta con le mani perché erano legate alla trave; così ogni volta che cadeva il suo volto batteva a terra. Evidenti sulla Sindone sono la ferita al ginocchio sinistro, il segno di un colpo di bastone sulla guancia destra, la tumefazione ed escoriazione del naso, i gonfiori sul viso.
  16. Ricostruzione del volto realizzata da Luigi Mattei. Sulla Sindone sono state trovate tracce di terriccio al naso, alle ginocchia ed ai talloni.
  17. Due ricostruzioni del volto dell’Uomo della Sindone, gonfiato e sfigurato dai colpi e dalle cadute. A sinistra: ricostruzione al computer. A destra: ricostruzione di Mons. Giulio Ricci.
  18. Un uomo di Cirene aiut Gesù.
  19. La tecnica della crocifissione era molto diffusa presso tutte le civiltà antiche, anche se non è noto chi l’abbia inventata. Il più vecchio documento che vi fa riferimento si trova nella letteratura sumerica. A Roma questo supplizio appare attorno al 200 a.C. Questa forma di pena capitale si distingue per l’atrocità della sofferenza provocata e il vilipendio che vi è associato; i romani punivano con questa esecuzione il brigantaggio, la ribellione e, per gli schiavi, ogni loro mancanza. La crocifissione era molto usata, ma parecchi particolari di essa ancora ci sfuggono, perché le testimonianze iconografiche e i reperti archeologici sono relativamente scarsi. Inoltre, data l’estensione dell’Impero, le modalità potevano variare da zona a zona e in relazione al delitto, al personaggio, all’ammonimento che si voleva dare. Il luogo dell’esecuzione era situato sempre fuori delle mura; là era già posta la croce o il solo palo verticale. Il cruciario veniva spogliato e tutti i suoi oggetti diventavano proprietà dei carnefici, come prezzo della loro prestazione. Gli rimaneva addosso solo uno straccio attorno ai fianchi legato con una corda. Veniva appeso alla croce mediante chiodi o anelli di ferro o chiodi e corde insieme, posti diversamente a seconda delle circostanze particolari. I piedi erano lasciati liberi o erano stretti con corde oppure trafitti, unitamente o separatamente. Osservando attentamente il lenzuolo torinese, appare evidente che l’Uomo che vi fu avvolto subì ferite imputabili ad una crocifissione romana del I secolo d.C. Il crocifisso della Sindone è stato inchiodato al patibulum mentre giaceva a terra, poi è stato sollevato ed il patibulum è stato incastrato al palo verticale per formare l’intera croce.
  1. I chiodi per la crocifissione sono stati messi nel polso, non nella palma della mano, perché dovevano sostenere il peso del corpo, senza il poggiapiedi che alcune rappresentazioni artistiche mostrano. Durante il I secolo il metodo di crocifissione fu modificato per essere applicato nei circhi. I piedi erano posti su uno sgabello ed invece dei chiodi si usavano le corde. Il poggiapiedi è stato introdotto nelle crocifissioni nella seconda metà del primo secolo, perci questa è un crocifissione romana eseguita prima del 50 d.C.
  2. Nei polsi, i chiodi sono penetrati nello spazio di Destot, fra gli otto ossicini del carpo.
  3. In questa fotografia all’ultravioletto è chiara l’assenza dei pollici, che sono ripiegati nella palma della mano. Inoltre si nota che la parte dorsale della mano e le nocche delle dita sono escoriate per lo strofinio contro la croce ruvida.
  4. Successivamente sono stati inchiodati i piedi.
  5. I piedi sono stati inchiodati insieme, il sinistro sopra il destro, direttamente contro la croce, senza un suppedaneo. Nella rigidità della morte sono rimasti nella stessa posizione, con le punte convergenti: ci , oltre al sangue post-mortale uscito dal costato, dimostra una vera morte, non uno stato comatoso come alcuni dichiarano. Quando è stato sepolto, l’Uomo della Sindone era certamente morto.
  6. I romani volevano, con la crocifissione, provocare una morte lenta, dolorosa, terrificante soprattutto per chi vi assisteva. Per questo adottavano una serie di accorgimenti ritardanti la morte che permettevano al cruciario di vivere in croce fino a circa due giorni: per esempio, un sedile o un corno, posto nel centro del palo verticale, dava la possibilità al condannato di “riposarsi”. Le bevande drogate (mirra e vino) e la posca (miscela di acqua e aceto) avevano il compito di dissetare, tamponare emorragie, far riprendere i sensi, attenuare la sofferenza, mantenere sveglio il cruciario perché gridasse e confessasse le sue colpe. Raramente la morte veniva accelerata; se ci capitava era per motivi di ordine pubblico, per intervento di amici del condannato o per usanze locali. Si conoscono due metodi: il colpo di lancia al cuore e il crurifragium, cioè la rottura delle gambe. La vigilanza presso la croce era severa per scongiurare interventi di parenti o amici; l’incarico era affidato ai soldati e durava fino alla consegna del cadavere o alla sua decomposizione. Questo è il crocifisso ricostruito dalla Sindone.
  7. Il capo chino.
  8. Numerosi medici si sono interrogati sulle cause della morte dell’Uomo della Sindone, la cui immagine mostra un cadavere in stato di rigor mortis. È inconsueta la trafittura al fianco prodotta dopo la morte del condannato, anziché prima per provocarla: questo fatto pu interpretarsi come una prova di morte avvenuta. La lancia che ha colpito fra la quinta e la sesta costola, a morte già avvenuta, ha provocato l’immediata fuoruscita del sangue e del siero. Pensiamo a Giovanni che dice: “e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19,34). È sorprendente, per una ferita inflitta ad un cadavere, l’aspetto di getto e non di colata. Infatti, la macchia diverge dalla ferita e il liquido sparso non appare omogeneo, ma sembra costituito da grosse chiazze che scendono con decorso ondulato e in parte si sovrappongono; esse sono intervallate da aree di colore più chiaro: dopo la parte più densa del sangue è fuoruscita più lentamente l’altra sostanza, il siero. È da escludere che tale fenomeno possa essere avvenuto in un corpo ancora vivo ed è necessario analizzare le cause che possano produrre in un cadavere un’abbondante raccolta di sangue, sottoposta a una pressione tale da produrre una violenta fuoruscita non appena si sia provocata la lacerazione della parete del sacco che la contiene. Un’emissione così abbondante di sangue e siero in un cadavere è possibile soltanto con una morte causata dalla rottura del cuore. Attualmente molti medici concordano sull’ipotesi che l’Uomo della Sindone sia morto per emopericardio, considerando pure che, nella grande maggioranza dei casi, l’emopericardio è il momento terminale di un infarto miocardico. Questo pu  avvenire anche in età molto giovane e in soggetti perfettamente sani. Ci  è dovuto a meccanismi biochimici che provocano spasmi più o meno prolungati in rami coronarici, sotto la spinta di violenti stress psico-fisici. La migliore spiegazione per l’abbondante fuoruscita di sangue raggrumato e siero dalla ferita del costato, visibile sulla Sindone soprattutto in fluorescenza all’ultravioletto, si accorda dunque con l’ipotesi di un emopericardio postinfartuale come causa della morte dell’Uomo della Sindone.
  9. Dalla ferita non viene fuori una semplice colata, ma un getto sotto pressione.
  10. Quando c’è la rottura del cuore, il sangue fuoriesce fra i due foglietti del pericardio.
  11. Il pericardio dilatato è pieno di sangue. Se il corpo rimane in posizione verticale, la parte pesante del sangue (globuli rossi, globuli bianchi) si deposita in basso ed il siero rimane sopra.
  12. Il colpo di lancia provoca prima la fuoriuscita della parte densa, seguita dal siero.
  13. Di nuovo pensiamo a Giovanni ed alle profezie.
  14. A sinistra: statua di Luigi Mattei.
  15. Non esistevano, per lo più, ostacoli alla sepoltura del crocifisso; ma la proibizione del sepolcro serviva a ribadire la gravità del delitto, a conferire maggiore esemplarità alla pena, a sottolineare la severità delle autorità. L’Antico Testamento dava un’estrema importanza alla sepoltura. Si era tenuti a seppellire anche gli stranieri e i nemici; non farlo era considerato un segno di grande malvagità. I corpi venivano inumati in tombe scavate nel terreno oppure nella roccia. La sepoltura avveniva il più presto possibile dopo la morte, preferibilmente il giorno stesso, e questo valeva persino per i cadaveri dei criminali. I giudei consideravano contaminato tutto ciò che veniva a contatto con un cadavere. La tradizione giudaica, almeno in epoca posteriore all’esilio (VI secolo a.C.), manifesta una grande cura per la sepoltura, probabilmente in base alla concezione di un’esistenza oltre la morte. Per quel che riguarda i condannati alla croce, valeva la norma stabilita in Deuteronomio 21, 22-23: “Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso ad un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore, tuo Dio, ti dà in eredità”. Giuseppe Flavio e Filone Alessandrino (I secolo) confermano la validità di questa regola ancora nella loro epoca. Per la sepoltura, secondo la Mishnah, si cominciava con il lavare e ungere il corpo. I potenti erano seppelliti con le loro vesti di tela. Secondo il Talmud, anche i condannati alla pena capitale avevano l’omaggio di un sepolcro. Si pu quindi affermare che le legislazioni romana e giudaica consentivano la sepoltura dei giustiziati. Le eccezioni sono da attribuirsi a circostanze particolari o ad abusi di potere. È evidente che, nel periodo della dominazione romana, data la concordanza di prassi, generalmente osservata, non ci furono cambiamenti. Mosè Maimonide, filosofo e giurista ebreo vissuto nel XII secolo, nella sua opera dal titolo Ricapitolazione della Legge, ci dà un’ampia documentazione sugli usi funerari della sua gente a quell’epoca. Al defunto si chiudevano gli occhi; se la bocca era rimasta aperta si utilizzava un fazzoletto, che passando sotto le mascelle e legato sopra la testa, teneva la bocca serrata; tutti gli orifizi dovevano essere otturati. Il cadavere era lavato, unto con diverse specie di aromi; capelli e peli in genere dovevano essere tagliati, quindi la salma era avvolta in una tela bianca cucita con filo di lino. I cadaveri dovevano essere sepolti integri. Secondo il Codice di Legge Ebraica Kizzur Schulchan Aruch del XVI secolo, redatto da Rabbi Salomone Ganzfried, chi moriva di morte violenta non veniva per  lavato prima di essere sepolto nei teli di lino bianchi. Deposto dalla croce, il corpo del crocifisso è avvolto nella Sindone ed è stretto esternamente con una fasciatura.
  16. Tomba ebraica.
  17. Il lenzuolo funerario stesso mostra chiaramente la consegna quasi immediata del cadavere ai parenti; l’assenza di qualsiasi segno di decomposizione conferma il fatto che il contatto del corpo con il telo dur solo per un breve periodo di tempo. La presenza del sangue prova il mancato lavaggio del cadavere, giustificabile solo nel caso di una sepoltura nel contesto culturale giudaico, prima della distruzione di Gerusalemme (70 d.C.). Così il corpo rimase nella tomba per circa 36 ore, il tempo necessario affinché il sangue coagulato si sciogliesse per il contatto con il panno imbevuto di aloe e la mirra. Ma questo contatto si è concluso, senza traccia di spostamento, prima che cominciasse la decomposizione del corpo.
  18. Pietro e Giovanni corsero alla tomba.
  19. Essi trovarono la Sindone afflosciata e svuotata. Giovanni dice che “vide e credette” (Gv 20,8).
  20. Per i seguaci di S. Tommaso la Sindone è un testimone. Nel buio della tomba si è impressa su questo panno un’immagine indelebile di sofferenza e di amore. Una luce di resurrezione.
  21. “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

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